Il mito della Vecia del Mortèr

Salvò la Repubblica Serenissima nel 1310.

Milleseicento anni di storia di Venezia. Sarebbero però stati così tanti senza una forma di governo illuminata, una Repubblica invidiata nel mondo e nei secoli a venire, ancora oggi rimasta ineguagliata?

Nonostante l’ammirazione che tutt’oggi la storia della Repubblica di Venezia suscita, di tentativi di rovesciarne il sistema di governo, ovviamente, ce ne sono stati più di uno: nessuno di questi è però andato a buon fine, finché la Serenissima si è spenta da sola a fine Settecento, arrendendosi a Napoleone ormai svuotata della sua forza.

Tra i personaggi leggendari che hanno contribuito a mantenere intatto il potere di Venezia è certamente annoverabile tal Giustina Rossi, meglio conosciuta come la Vecia del Mortèr, tradotto in italiano la “vecchia del mortaio”.

Giustina Rossi (Lucia secondo alcuni) non è uno dei celebri nomi entrati prepotentemente nella storia per aver condotto grandi eserciti, per aver ingegnosamente influenzato la politica di uno stato o per aver compiuto temerari atti eroici. Il suo nome e il soprannome sono associabili al destino che – nella figura della persona più modesta e inaspettata – influenza il corso della storia di un popolo ed entra saldamente nella sua tradizione.

 

LA CONGIURA

Correva l’anno 1310. Venezia era reduce da uno scontro con i Ferraresi ed altri rivali della città lagunare che aveva causato alla Serenissima Repubblica una cocente sconfitta, generata da una condanna papale giunta tramite una bolla che annunciava la scomunica dell’intero popolo veneziano e di chiunque con i Veneziani avesse praticato il commercio se quest’ultimi non avessero ritirato le pretese su Ferrara che – turbata da una crisi dinastica degli Estensi – era bramata anche dal pontefice al tempo residente ad Avignone.

Sull’onda del malcontento, come spesso accadeva a quei tempi, qualcuno tramava nell’ombra il sovvertimento dell’ordine repubblicano, con l’obiettivo di instaurare a Venezia una signoria come tante già ve n’erano in Italia.

Questo qualcuno rispondeva al nome di Baiamonte Tiepolo. Baiamonte, già nipote del doge Lorenzo Tiepolo e pronipote del doge Jacopo Tiepolo, era un personaggio popolare in città. Era conosciuto come il Gran Cavaliere per i suoi nobili natali ed il suo atteggiamento distinto e signorile.

Assieme ad alcuni congiunti, tra cui gli aristocratici Querini, Baiamonte aveva radunato una schiera di congiurati e all’alba di domenica 14 giugno del 1310 il drappello si era portato presso le case dei Querini a Rialto.

Dopo aver superato il ponte tutti assieme, una prima colonna condotta da Baiamonte stesso prese la strada di San Salvador, in direzione delle Mercerie, mentre una seconda fu guidata da Marco Querini in direzione di Piazza San Marco, passando per campo San Luca.

Su Venezia imperversava un forte temporale. Il rimbombo dei tuoni e della pioggia battente sormontavano di gran lunga le grida di carica e incoraggiamento dei capitani. 

Giunto con la sua colonna in prossimità di Piazza San Marco, precisamente in campo San Zulian, Baiamonte optò per una sosta, al riparo di un albero di sambuco.

Fu una sosta che costò caro ai congiurati. Infatti, la colonna di Querini era già arrivata a Piazza San Marco dove era stata accolta dalle forze armate veneziane, radunate dal Doge e dal Maggior Consiglio che erano già stati messi in allarme da una soffiataQuerini fu ucciso quasi subito, e la sua schiera fu sbaragliata.

Per quanto riguarda Baiamonte, invece, fu affrontato dalle truppe repubblicane tra le calli delle Mercerie. Per sua sfortuna – e per fortuna della Repubblica – attirata dal frastuono, una vecchietta si affacciò al balcone di casa sua, sul quale conservava un mortaio, utile per fare il tipico baccalà mantecato.

È probabile che il suo sia stato un gesto involontario, ma urtando il blocco di pietra esso cadde giusto sulla testa del vessillifero di Baiamonte, ovvero colui che reggeva il vessillo dei congiurati, uccidendolo sul colpo. Vedendo cadere il vessillo così repentinamente, la schiera di rivoltosi, già sopraffatti dalle forze veneziane, si spaventarono e si diedero alla fuga.

Certamente il merito della vittoria della Repubblica non è completamente attribuibile a questo fatto.  Fu piuttosto la preparazione del governo veneziano a quello che stava per accadere, grazie ad un tradimento, che permise alla Repubblica di affrontare i rivoltosi in modo compatto. Con la sconfitta immediata di Querini, fu evitato che le due colonne si potessero riunire. Inoltre, vi era una terza colonna in arrivo da Padova alla guida di Badoero Badoer. I rinforzi sui quali i congiurati contavano furono però bloccati dalle intemperie e affrontati dal podestà di Chioggia, anch’esso preallarmato dal Doge, che catturò Badoer e lo condusse a Venezia, dove dopo regolare processo fu condannato a morte e decapitato il 22 giugno.

Tra i tre capitani alla guida dei rivoltosi, fu proprio Baiamonte – mente principale della congiura – a subire la condanna più mite da parte di Venezia. Convinto finalmente ad arrendersi, dopo diversi tentativi di mediazione, fu deciso per lui e per i suoi seguaci più fedeli un esilio a Schiavònia (Slavonia) della durata di quattro anni. Comprovando il suo istinto rivoltoso, Baiamonte tentò con successo la via della fuga. Si rifugiò a Padova, dove per alcuni anni continuò a tessere relazioni e ad architettare cospirazioni ai danni della Serenissima Repubblica di Venezia. Fu ancora in grado di trovare sostenitori importanti, tra cui il signore di Treviso Rizzardo da Camino.

Quando fu finalmente scovato e scacciato dalle terre venete, Baiamonte ripiegò in Dalmazia. Nemmeno lì il suo occulto lavoro trovò un epilogo spontaneo; i suoi contatti con gli infiltrati nella città lagunare proseguivano imperterriti, finché la Repubblica stessa si convinse a porre fine a quel continuo e pericoloso tramare. Fu dunque emanato un ordine di condanna a morte per Baiamonte Tiepolo ovunque egli si trovasse e – dato che di lui non si seppe più nulla – tale ordine dovette essere portato a compimento senza ostacoli.

Inoltre, lo stesso anno, fu creata la celebre e temibile magistratura del Consiglio dei Dieci, incaricata di vigilare sulla sicurezza e quindi anche sui possibili tentativi di congiura contro lo Stato veneziano.

E per quanto riguarda la vecchietta della previdenza?

Pare che Giustina Rossi e il servigio alla Repubblica non furono dimenticati. Lo stesso doge Pietro Gradenigo si preoccupò di farle recapitare i ringraziamenti da parte della città, e la invitò ad esprimere qualsiasi desiderio di ricompensa. L’umile signora veneziana, abitando lei e la sua famiglia in una casetta di proprietà dei Procuratori di San Marco, per l’affitto della quale pagava un tributo di 15 ducati (annuali, probabilmente), chiese semplicemente che tale affitto non venisse mai aumentato. Con piacere il Doge esaudì la modesta richiesta, estendendo il patto anche alle generazioni a venire. Inoltre, la vecchietta ottenne di poter esporre al suo balcone uno stendardo commemorativo della vicenda (l’ultimo esemplare è esposto al Museo Correr) ogni 15 giugno, giorno di San Vito, reso festivo dal Doge in onore della salvezza della Repubblica.

A pochi metri dai “Mori” della Torre dell’Orologio (in foto), giungendo da Merceria Orologio, possiamo “salutare” l’impresa di Giustina Rossi, rappresentata in un bassorilievo celebrativo scolpito all’ingresso del sottopassaggio di Calle del Cappello Nero, poco prima di introdurci in Piazza San Marco dove tutt’oggi si respira la grandezza e la magnificenza che la Serenissima Repubblica di Venezia ha costruito nei secoli, anche grazie a gesti eroici inaspettati come quello della Vecia del Mortèr.